Ogni domenica una parola del nostro mestiere, spiegata a chi fa impresa. Questa settimana quella che tutti dicono di avere, e che si scopre cos’è solo il giorno in cui serve.
Cosa vuol dire
Un backup è una copia dei vostri dati tenuta da un’altra parte, fatta a intervalli regolari da un programma e non dalla memoria di una persona, e che si può riaprire: prendere la copia, rimetterla su una macchina, e ritrovare l’azienda com’era ieri sera.
Le tre cose contano tutte. Da un’altra parte, perché la copia deve sopravvivere a quello che rompe l’originale: un disco che muore, un furto, un ransomware — un virus che chiude a chiave i vostri file e chiede un riscatto per la chiave. A intervalli regolari, perché una copia di sei mesi fa vi restituisce un’azienda di sei mesi fa. E riaprire, perché una copia che non si riapre è un file, non un backup.
Cosa non è
Non è la copia sullo stesso disco. Una cartella «Backup» sul computer dell’ufficio se ne va con il computer. Se il disco si rompe, se ne vanno tutte e due; se entra un ransomware, chiude a chiave anche la copia.
Non è la sincronizzazione. OneDrive, Google Drive e Dropbox tengono la stessa cartella uguale su più dispositivi, ed è comodo. Ma «uguale» vale in tutte e due le direzioni: un file cancellato per sbaglio, o cifrato da un virus, viene cancellato o cifrato anche nella copia, nel giro di qualche minuto. Alcuni servizi conservano le versioni precedenti per un po’; non è la stessa cosa di un backup, e va verificato caso per caso.
Non è il file «copia di». Il duplicato fatto a mano prima di una modifica importante protegge da quella modifica e da niente altro. Dipende dalla memoria di chi lo fa, e il giorno in cui quella persona non c’è, non si fa.
Non è un backup finché nessuno lo ha riaperto. Un backup mai ripristinato non è un backup: è un file di cui nessuno conosce lo stato. Può essere vuoto, incompleto, fermo da mesi per un errore che nessuno ha letto. Lo si scopre solo riaprendolo, e conviene scoprirlo in un giorno qualunque.
Come si riconosce in azienda
Fatevi una domanda: se stasera il computer dell’ufficio sparisse — rubato, bruciato, cifrato — domani mattina da dove ripartireste, e quanto sarebbe vecchio quello che ritrovate? Se avete una risposta con un posto e una data («dalla copia di stanotte, sul servizio esterno»), avete un backup. Se la risposta è «dovremmo chiedere a chi ci ha messo il programma», avete una speranza.
La seconda domanda è chi l’ha riaperto l’ultima volta, e quando. Se nessuno lo ricorda, la risposta alla prima domanda vale meno di quanto sembra.
Un esempio
Uno studio tecnico dell’Alto Salento tiene i progetti in una cartella condivisa che si sincronizza su ogni computer dello studio. Tutti la vedono, tutti la aggiornano: sembra al sicuro perché sta in quattro posti. Un lunedì qualcuno apre un allegato sbagliato, e in un quarto d’ora i file dello studio sono cifrati — in tutti e quattro i posti, perché la sincronizzazione ha fatto il suo lavoro. Li salva la copia fatta la notte prima da un programma, su un servizio a parte dove il virus non arriva. Se quella copia non c’è, i progetti ripartono dalle stampe.
Da lunedì
Fate le due domande a chi tiene i vostri computer: dove sta la copia, e quando l’ha riaperta l’ultima volta. Sono due domande semplici, e le risposte lo sono meno di quanto si pensi. Se non c’è nessuno a cui farle, è già una risposta. Come si capisce se un backup funziona davvero — la prova del ripristino, cosa guardare — è il tema del pezzo di mestiere di martedì 29 settembre; intanto, nella scheda Consulenza Imprese c’è come li teniamo noi: provati ripristinandoli davvero, con la data dell’ultima prova.
Il servizio collegato a questo articolo: Consulenza Imprese